Giampiero De Concilio

Dalla scoperta precoce della recitazione alla formazione continua, tra teatro, corpo e trasformazione. Un racconto autentico che attraversa dialetti, personaggi e pressione professionale, dove la scena diventa spazio di rischio e ricerca personale.

Quando hai capito che la recitazione non era solo un interesse,
ma qualcosa che avrebbe orientato le tue scelte di vita?

Non c’è un momento preciso, ho cominciato da piccolo. Credo che gli innamoramenti più forti e consolidati, come per questo mestiere, siano progressivi. Al passo con le sconfitte e non con i successi. Sadico? Sì, a tratti.

Quanto conta per te la formazione continua, anche oggi, e in che modo cerchi di alimentarla nel tempo?

La parola formazione alle volte crea dei misunderstanding. Il punto è che tocca restare aggiornati col proprio corpo, fare i giusti ragionamenti senza farsi sopraffare dall’ego e capire, insieme alla tecniche, come restare autentici ed autoriali. Cerco corsi, maestri, spettacoli o film che sappiano cose che non so o che mi cambino il mio modo di pensare. Non ho mai scelto un cammino accademico, ma formazione e lavoro su sé stesso per un attore dovrebbero essere naturali e costanti. Sono certo che in teatro si impari e forse al cinema c’è un limite a questo apprendimento in cui non ci si può fermare per approfondire. A teatro sei come un artigiano e sei continuamente con le spalle al muro.

Il teatro cosa ti ha dato come persona?

Come persona, l’idea narcisistica di poter cambiare attraverso il testo, la regia, gli altri personaggi e far venire a galla nodi del pubblico che non verrebbero fuori nella velocità della vita normale. Impossibile? Sì, ma ci provo. Sennò che campiamo a fare.

Cosa cerchi in un personaggio prima ancora di accettarlo: una sfida tecnica, emotiva o umana?

Di base accetto tutto. Anche per orgoglio e anche perché questo mestiere non voglio guardarlo ma farlo. Accetto tutto, anche se lo script è superficiale. È bello poter almeno provare a cavare dell’oro dal niente. Difficile. Magari non ci sono mai riuscito, però anche solo la sfida eccita.

Lavorare su dialetti, lingue e fisicità diverse richiede grande precisione. Cosa ti affascina di più nel processo di trasformazione?

⁠Ho lavorato con il romano, il siculo, il pugliese, il sardo, il napoletano... ma anche con la lingua inglese. Ogni dialetto e ogni lingua ti modifica prima che la voce, il corpo e il modo di pensare. Che è sorprendente se consideri che tutti dicono che bisogna beccare la musica delle parole.

Entrare molto giovane in questo mestiere comporta anche pressione ed esposizione, come hai imparato a gestirle?

Devo essere sincero, esposizione: nessuna. Pressione di tanto in tanto, che comunque è una droga piacevole insieme allo stress.

Fuori dal lavoro, cosa ti aiuta a restare centrato e a mantenere un equilibrio personale?

Niente. Di base sono uno “squilibrato”, come tutto il mondo, ma l’ho accettato e ho smesso di cercare la serenità.

Guardando al futuro, più che a un obiettivo preciso, dove e come ti vedi?

Mi vedo a fare questo mestiere con sempre più determinazione e voglia di scoprire antri nascosti e tenebrosi. Ma intanto la domenica vado a messa.

Un libro che porteresti sempre con te?

⁠Detective Selvaggi di Bolano.

Written by M.Cristina De Rosa
Lensed by Mia Di Domenico
Styling Emanuela Ingenito
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